Raccolta di poesia in attesa di un'edizione presso un editore di carta (2004-2005)

Nome: Marina Pizzi
Le mie raccolte di poesia inedite in carta trasformate in blog[s] sono:
Brindisi e cipressi -
Sconforti di consorte -
Sorprese del pane nero -
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Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55.
Ha pubblicato i libri di versi:
"Il giornale dell'esule" (Crocetti 1986),
"Gli angioli patrioti" (ivi 1988),
"Acquerugiole" (ivi 1990),
"Darsene il respiro" (Fondazione Corrente 1993),
"La devozione di stare" (Anterem 1994),
"Le arsure" (LietoColle 2004),
"L'acciuga della sera i fuochi della tara" (Luca Pensa 2006);
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[raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web:
"La passione della fine",
"Intimità delle lontananze",
"Dissesti per il tramonto",
"Una camera di conforto",
"Sconforti di consorte",
"Brindisi e cipressi",
"Sorprese del pane nero",
"L’acciuga della sera i fuochi della tara",
"La giostra della lingua il suolo d'algebra",
"Staffetta irenica",
"Il solicello del basto",
"Sotto le ghiande delle querce",
"Pecca di espianto",
"Arsenici",
"Rughe d'inserviente",
"Un gerundio di venia",
"Ricette del sottopiatto",
"Dallo stesso altrove",
"Miserere asfalto (afasie dell'attitudine)",
"Declini", "Esecuzioni", "Davanzali di pietà;
il poemetto "L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba"];
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le plaquettes "L'impresario reo" (Tam Tam 1985) e "Un cartone per la notte" (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); "Le giostre del delta" (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004).
Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto due premi di poesia.
*****
[Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Asmar Moosavinia, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Canali, Gian Paolo Guerini, Valter Binaghi,
Giuliano Gramigna, Antonio Spagnuolo, Emilio Piccolo, Paolo Aita, Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Francesco Marotta, Nicola Crocetti, Giovanni Monasteri, Fabrizio Centofanti, Franz Krauspenhaar, Danilo Romei, Nevio Gàmbula, Gabriella Musetti, Manuela Palchetti, Gianmario Lucini, Giovanni Nuscis, Luigi Pingitore, Giacomo Cerrai, Elio Grasso, Luciano Pagano, Stefano Donno, Angelo Petrelli, Ivano Malcotti, Raffaele Piazza, Francesco Sasso, Mirella Floris, Paolo Fichera, Thomas Maria Croce, Giancarlo Baroni, Dino Azzalin, Francesco Carbognin, Alessio Zanelli, Simone Giorgino, Claudio Di Scalzo, Maria Di Lorenzo].
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Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno.
Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista "Poesia".
E' tra i redattori del blog collettivo "La poesia e lo spirito".
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Sue poesie sono state tradotte in persiano e in inglese.
pioggiabattente in da "Davanzali di pie...
utente anonimo in da "Davanzali di pie...
chiccama in La vittoria di Berlu...
almerighi in Esecuzioni, 2008-
GianmariaLeMura in Il reale inammissibi...
utente anonimo in Il reale inammissibi...
(the) FELIX of readings & micro-chaps
Babel Fish
c u r r e n t i c a l a m o
immag
LucaniArt
Mirabilia
Poesia da fare Rivista mensile di poesia on line a cura di Biagio Cepollaro
Rivista letteraria "Nugae - scritti autografi"
Subliminal Pop Concept
v i s p o s t o c k
(il) Crise
absolutepoetry
Accademia della Crusca
akatalēpsía
ALBALIBRI
Alberto Gaffi Editore
alleo
AltroVerso Community
Anarchica
Anna Maria Ortese
Antenati
Anterem RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA
Antonella Pizzo
aperto per Inventario
Argo
ASEMIC
Asmar Moosavinia
ASYA NEMCHENOK ART GALLERY
“tagli di scavo”
«Bollettino '900»
Babele Poetica
Biagio Cepollaro
Biagio Cepollaro E-dizioni
blanc de ta nuque
Blog senza qualità
Bollettario.it
BombaSicilia
BRINDISI E CIPRESSI di Marina Pizzi
Calligraphie
canopo
Cantarena
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casainternazionaledelledonne
Cattedrale
Centro Studi Franco Fortini
collana FELIX
compostxt
Copyscape
Crocetti Editore
David Huck
DECLINI
Delle poetiche e dei casi limite
Diario di Poesia
Difficili foglie
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diotima
Dissidenze
Doctor Blue
ecletticae
Effetto notte
Emergency
endoglosse
Erodiade
Estro Poetico
Etimologia :
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F L U X
Feaci edizioni
FondazioneFabrizioDeAndré
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Fuori dal coro
G A M M M :::
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Giacomo Leopardi
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GIAN PAOLO GUERINI
GIAN PAOLO GUERINI - guests
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Gradiva
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Guests
I Grandi Classici della Natura
il calzerotto marrone
il compagno segreto
Il foglio clandestino
il mare a destra
Il Porto di Toledo
Il primo amore
Il solicello del basto
immag _____________ di m.g.
Imperfetta Ellisse
In memoria di Fabrizio De André
in quiete
INEDITI
inpurissimoazzurro
International Exchange for Poetic Invention
Italianistica Online
Jan Mankes (1889-1920)
L'acciuga della sera i fuochi della tara
L'acciuga della sera i fuochi della tara [2005-2006] di Marina Pizzi
L'Araba Felice
L'assenzio
L'Attenzione
L'immaginazione
L'Ulisse
la costruzione del verso & altre cose
La giostra della lingua il suolo d'algebra
LA GIOSTRA DELLA LINGUA IL SUOLO D'ALGEBRA
LA GIOSTRA DELLA LINGUA IL SUOLO D'ALGEBRA
LA GRU
La poesia e lo spirito
la stanza dei libri di elisa
land‡
Lavieri editore
Línfera
le avventure di bgmole
Le origini
Le Reti di Dedalus
Lello Voce
letturalenta
LiberInVersi
LietoColle
Lorenzo Calogero
Luca Salvatore
Luciano Pagano
Luigi Di Ruscio
Luxflux
Luxus linguae
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Marina Pizzi, Brindisi e cipressi
Marina Pizzi, Sorprese del pane nero
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SORPRESE DEL PANE NERO di Marina Pizzi (2005), raccolta completa di poesia
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sotto le ghiande delle querce
staffetta irenica
un gerundio di venia
una delle tante
visitato *loading* volte
Appena avrò saccheggiato la stazione
finalmente un atomo di sfinge
mi bloccherà le vene,
tornami, ti prego, cercarmi in testa
nelle darsene delle isole sterrate
nelle capriole dei ricci che si salvano.
punta la nuca in un abaco di comico
sì che possa ridere la cattura
il senso al servo delle demolizioni.
ha un miglio di scarpe per non camminare
né sopra stoppie né sopra musive
vestali di scorribande ricche di babilonie
erettili le lingue del divino
sperpero.
qui al Campidoglio dell’ultima fregata
c’è una grata di ruggine un bastione
per le foga del lutto cittadino.
di Asmar Moosavinia
Secondo lei cos'è la poesia e perché lei scrive poesie? Quali sono le principali e struttuali caratteristiche dei suoi versi?
Scrivo poesia perché mi aiuta a sopravvivere alla fatica della vita, fatica sempre più pressante e senza scopo. La mancanza assoluta di speranza rende il quotidiano pressoché intollerabile, da qui la necessità di scrivere in versi questa amputazione. E’ un manifestarsi a se stessi, quasi una rivelazione d’identità nonostante la cancellazione operata dal tempo.
Il frammento poetico si presta molto bene ad operare questa descrizione senza trama, questo grumo di pozzo, questa penombra di pece. Spesso i versi si rivelano metricamente esatti quasi già preconfezionati dalla mente. Ogni frammento può venir letto quale microstoria contenente sempre il concetto del tempo e della morte. Non si tratta di ripetizione ma di sintesi sempre diversa, uguale nel medesimo. Da qui la necessità di calmare un diverbio mortale tra l’elemosina dell’essere e la totalità del nulla. E la poesia può dare asilo, sì alla preghiera che non si sa pronunciare né imparare: il verso si fa preghiera, succo di aridità-acqua concreta per non morire di sete. Il poeta è per tutta la vita uno scolaro con occhi non mai assuefatti, una verginità rinascente il globo dell’accadere. In sé racchiude la nonima del mondo, il dispendio filosofico di cantare senza diorama il mondo che non si dà giammai verso nessuna comprensione. Ma il verso si versa e quindi si canta nell’impersonale che è di tutti. Non si tratta di salvezza ma solo di resistenza al dolo del sangue che ancora e sempre si versa in zolle di sparizioni.
Lei crede solo nell'ispirazione poetica o appoggia anche all'esperienza, abilità e scienza e crede che la poesia sia il frutto di durevoli riflessioni e ricerche?
Come Novalis credo che il pensatore non vada disgiunto dal poeta. L’intuizione nei miei versi soppianta la vetero ispirazione alla quale non ho mai creduto né avvertita. I versi possono attingere e giungere dovunque e in qualunque momento. Ammiro molto l’unione dei saperi scientifico-letterari. L’esperienza dell’umano non andrebbe mai divisa in compartimenti stagni di allontanamenti l’uno dall’altro. Anche la notiziola di un pezzullo di giornale può far nascere buoni versi. I versi sono pensiero, certo nei modi rivoluzionari della poesia, nell’infinito dire e ridire in modo diverso il mondo e la propria singola e unica vita di persona. Si deve scrivere, di converso, solo dell’esperienza vitale e vitalistica insita ed attigua alla vita di ciascuno, ma l’atto di rigore deve essere inappellabile, il sottrarre più forte dell’aggiungere, la sapienza nuda e cruda quale un atto di amore. E, poi, l’umiltà costante della lettura deve accompagnare la composizione, il vergar creativo e agonale fra sé e il mondo da interpretare. Sono per la contaminazione reciproca dei linguaggi, per i collages linguistici, per il compenetrasi delle epoche linguistiche ed artistiche. Anche la dittatura brutale della pubblicità può dar adito ad un nuovo verso. In aggiunta è in assoluto indispensabile non perdere mai la pietà vera e unica verso se stessi e il mondo tutto, per la fragilità orgogliosa e superba che ci distingue dalla tenerezza di una bestiola cara e indifesa. L’esercizio quotidiano completa questo abbozzo di quadro.
Questa contaminazione reciproca dei linguaggi ed i collages linguistici a cui lei accenna, fa ricordare l'esperienza della traduzione che si compie allo scopo di raggiungere l'unica lingua prima di Babele e fa ricordare anche la pura lingua nel pensiero di Walter Benjamin che è possible con l'aiuto della traduzione ed anche il concetto metaforico della lingua Esperanto a cui lei riferisce molto nei suoi versi. Lei come Baudelaire e Paz crede che il poeta sia un interprete ed un traduttore che, scrivendo versi, traduce il mondo?
La traduzione è la Fenice del mondo alla rovina che rovina nascendo il mondo. Con questo intendo la incomunicabilità congenita delle/nelle cose del mondo. Un proverbio italiano o solo romanesco, non so, recita “meglio essere cornuti che male interpretati”: con ciò per significare la lontananza da se medesima dell’intera umanità e del familiare. Ma la traduzione diretta ed indiretta è indispensabile. Nascemmo da un attrito, moriremo esuli in patria o in lontananza. Questa la lacerazione di ogni essere, in più il poeta aggiunge di suo l’estrema scaturigine del comunque perso. Ogni misura d’arte è in grado di tradurre il mondo, ma la morte che ci arrechiamo l’uno l’altro è, ancora, la più forte. Quale balsamo imiterà il Divino? L’arsione del fuoco? Solo il divario dalla vera bontà reca danno all’iride dell’occhio, di qualsiasi occhio. Ben venga comunque e sempre il MITO della traduzione, della traduzione artistica, del doppio dopo il poeta. Lo specchio recerà più oltre l’ombra e la brace continuerà la furia buona della penombra oltre. Quale cornucopia dal limite all’infinito la lingua, qualsiasi lingua verso le lingue. La traduzione è, comunque, un atto di pietà, di magnifica pietà verso l’umano. Mano d’altro per l’altro.
Ed il lettore della poesia deve anche godere di abilità e potenza nel comprendere i versi ? Il ruolo del lettore fino a che punto è determinante nella poesia?
La lettura di una poesia è sempre una lettura di vita: quale un androne abitato dai primi abitanti andati. Le ombre si disfano in un sillabario di bravure avulse, comunque, al vacuo encomio. E’ come una fretta in grado di risolversi felicemente: il fiatone e il cuore in gola prendono il dono dell’arrivo del boomerang che ritorna. Le competenze si acquisiscono con l’umiltà della pala, dello scavo fraterno: il piano è inclinato ed incline al massimo voltaggio. Ogni lettore è linfa alla vitalità della parola, e la lettura rimane gioiello nel petto, petto di gioiello. Avvincente quale il migliore dei gialli, la poesia fa da sposa dell’ultimo della classe mite e senza voto, presenza-assenza di un collezionista di classe non mai necrofilo. A pelo d’acqua o negli abissi marini la rissa amorosa con la mitezza esplosiva alle volte di una e solo una paroletta: da qui a lì da là a qua e qui dove sono io e noi siamo. Argonauta del segno al senso o controsenso o nonsenso o comunque la qualità di un ago che trapassi senza mai pungere per cavarne sangue da offendere. Il lettore di poesia quale grande campione di sé senza trofeo.
Lei in una sua precedente intervista aveva accennato che la poesia è una condanna, vuoto assoluto e un arcipelago di santità e di diavoleri . Visto che l'orma di tale vuoto e contraddizione è chiaramente evidente nella sua poesia, specialmente nell'esperienza del linguaggio e queste caratteristiche son messe ad aumentare in suoi recenti versi; lei come spiega questa sua propria esperienza del linguaggio che è in direzione di tali caratteristiche?
Spesso si fa una cosa per sopportarne un’altra ben più insopportabile. Così mi appare l’antro misterico della parola elevata al grado di potenza del poeta. E’ un atto doloroso e necessario insito nel fulmineo e lento comprendere che si è presi, si è prigionieri, si è condannati: può allora, alle volte, avvenire un minimo di remissione della pena tramite la recitazione sul palcoscenico teatrale da parte di una voce altra che scaturisce, comunque altra anche se dello stesso poeta leggente. Ma il vuoto non si dà colmo alle spallate foniche, la burrasca della sopravvivenza specchia un altrove davvero scontento da qui a lì a là per farne un laggiù con l’eco del verso ben forgiato. Amanuense artigiano il poeta che dal perdere rigeneri continua la risacca, l’evaporazione del lutto dall’elaborazione dello stesso. Dedica perpetua sempre variabile e variante questa condanna a dimostrazione di un’intera vita, senza tregua, senza requie in ogni momento del giorno e della notte. Splendida condanna del medesimo ripetente, dell’alunno che umile, appena coricato, debba rialzalsi dal letto per trascrivere un verso improvviso così da non mandarlo perso fidandosi della memoria. Santità del non tradimento, diavoleria della fedeltà senza costrutto o, addirittura, al ludibrio di altri più consoni viventi. E, poi, l’anemia o il troppo sangue del sentirsi senza pelle, rotta la difesa e con la ferita aperta. La bella e buona lente non scoprirà nulla, solo parolette di pane confidenti l’intuizione, l’epifanico corsaro del trovarobe. A questo lucro di resine il sì dell’ultimo lichene in crepa di non poter il giardino delle meraviglie, ma solo la forza di vergare davanti e dietro la lavagna nera figlia-frutto di vulcano.
L'uso delle metafore e delle allegorie è una cosa ricorrente nei suoi versi, ma la più grande metafora della sua poesia è il silenzio interiore della poesia e che si riflette molto nel linguaggio e nella forma. Le pause, gli spazi di tempo e le ripetizioni fanno aumentare questo silenzio come se il linguaggio si conducesse verso il non essere e l'assenza ; lei come spiega tale fatto?
La mia grande aspirazione fu ed è non essere nata. La nascita dà la morte e nessuno e nulla può negarlo. Certo in mezzo l’ovvietà degli ottimisti mette il vivere: per me è solo un attendere l’esito finale che colloco nella cenere senza speranza alcuna. Il silenzio, quindi, occupa uno spazio dèmone e cristallino che nessuna parola è atta a partecipare. La poesia, dopo i campi di sterminio nazisti e di altri fradicidi, funge da Cenerentola senza l’attesa dell’epifania della zucca. E’ sterminio di sé essa stessa. Eppure è propriamente consona a dare una sopravvivenza di limbo, una botola di mantice respiro. Si sa, la vita uccide e si uccide per poter sopravvivere, nonostante. I poeti sono spesso gli ultimi della classe ché profeti del nulla e sedotti-seduttivi, antesignani di una bandiera fantasma sull’orlo della foce o del lusso del delta. Al punto di oggi gimcane e labirinti sono ridotti all’osso già prima di iniziare il tragicomico gioco dell’umano. Eppure una spinta ci sorpassa e ci dà pietà nel dirci: corri, partecipa, datti nel crocicchio di ogni attimo! Nessuna salvezza, beninteso, ma un lemure occaso di carezza.
La malattia nelle opere di molti poeti, scrittori ed artisti prende un concetto metaforico. Cos'è la missione filosofica delle malattie e che rapporto c'è tra la malattia e la creazione artistica?
Un rapporto di amorosa accettazione reciproca. Un gemellaggio titolare dell’opera, senza usurparne l’oriunda genesi di pianto e ilarità insieme. Spesso il mezzo artistico sfata e spezza la circolarità e la tirannide della malattia riuscendo al evaporare ed ad installarsi nella parola, nel colore, nell’immagine cinematografica, nel frutto d’arte presso qualsiasi mezzo. Il lenimento artistico dalla malattia realizza un delta che oltre si ramifica. A mano a mano si stempera il trampolo nel clown per addivenire ad una pozza di ben altri riflessi ricca. E’ la potenza del niente che dal niente si fa altro da sé, punta adamantina di un breviario da leggere, inedito. E’ così che l’utilità si realizza dall’inutilità del soffrire e dà del peso al pensare: la giostra della gioia del riuscire a cavarsela con una sequela di qualcosa atto ad un nuovo verosimile, l’originale. Ma il vagito del neo ha comunque una cambusa da saccheggiare, un ditirambo da baciare al sollievo di ricredersi verso il deserto iniziale che a sé ha aggiunta l’opera appena elaborata. Certo ciò spesso non sembra e il cestino è in agguato, ma il tempo della scuola di sé sa discernere il riuscito dall’acerbo, il boccone della leccornia dalla botola.
Che differenza c'è tra i poeti che scelgono la solitudine ed i poeti salottieri? Perché tanti grandi poeti e scrittori restano sconosciuti nel loro tempo ed affrontano il silenzio della società letteraria?
L’Italia non ha mai amato i propri poeti, almeno in vita e salvo rare eccezioni. Occorre sapersi “vendere” ad un mercato che pretende prepotenze e ingiunge presenza assidua e opportunistica. La solitudine dello scrivere versi è senza remissioni anche attraverso rare o nulle letture pubbliche. In breve, il poeta deve rendersi imprenditore di se stesso, instaurare relazioni private e pubbliche atte a far intervenire buone ed oculate pubblicazioni per un mercato, comunque, di nicchia. Chi si chiama fuori è perduto. La violenza verso il sé è preponderante per ottenere un minimo o massimo riscontro di eco e di lettori e di pubblicazioni serie e gratuite. Ma la poesia nasce dall’essere e se l’essere latita in solitudine e “cattivo” carattere… Scrivere in eccellenza non basta, la fisicità della presenza si rende indispensabile. Le due cose spesso non sono coinquiline e la dimenticanza è sempre in agguato, anzi certa. La posterità non è assicurata e poi, giunti ad un punto di non ritorno, non importa più.
Quali sono i suoi poeti italiani e stranieri preferiti? Lei, nei suoi vari cicli poetici, ha preso l'ispirazione da tali poeti?
La poesia può spuntare da qualsiasi cosa, un’ombra, una luce, un pulviscolo. Dà forma all’informe, dà regia al tumulto. Dalla poesia la poesia, così le letture di poeti quali Celan, Dickinson, Rosselli, Insana, Auden, trattano i versi ad un sembiante di rassomiglianza, di somiglianza. Qui si dà un “formattare” continuo verso la forma verginale, originale del sopruso insano di scrivere versi, ancora dopo uno stadio di morte apparente e di estrema vitalità: la vita intera diventa un verso, si guarda attraverso il verso che si genera dalla conseguenza-consonanza dello sguardo. Una verità occidua rasente il crollo di ogni forma di difesa. Da ogni poeta l’oltre.
Forough Farrokhzad, Omar Khayyām
E per l'ultima domanda, ha ancora alcune parole non dette nel corso di questo discorso? Che messaggio ha per i suoi lettori persiani?
Amo rasentare il pieno silenzio della comprensione, una mistica della parola prossima all’ascesi. Tutto ciò che ho scritto è la povertà del mio intento, non posso farne a meno: questa la grande presunzione della poesia: non poter eludere di scrivere sul/del visivo all’attimo sparente: crudeltà-bontà del fiocco di una nascita che frantuma e si frantuma. Raccolgo briciole e, spero, che qualcuna sia davvero commestibile per la gioia.
nessuno ha rotto il calice del sangue
stracolmo mondo un tavolo di morgue
ho visto una rondine storta
sopravvivere al vetro
citrullo trasparente
falso d’aria,
con i jeans storti ad afa
di paura giovanissima
clandestina in rima di puledro
o somarello candido
gli occhi nel dito di sangue.
allegrezze del sale il canto dell'angolo,
istinto di autunno il nome del mattino.
9.
l’acrobazia del sonno quando ne gemi
stazione sotto scorta di gran massi
arenoso sospiro di non devoto
viso del culmine in un cielo basso
squarciato spesso da una daga
senza trovarvi nemmeno la decenza
di un bel complotto atto ad invenzione
almeno di un aquilone stortignaccolo.
10.
con un gerundio di sasso l’elemosina
cordicella del dito fa resistere
strenue rupi nude cerimonie
in palio l’aquilone che non lontana
né sé né le celle di bagliore.
l’appena nuda crisalide dell’occhio
un io comanda fuso nano il tempo
divieto vieto vita a tutto tondo.
11.
la stanza dei giorni lesi
tabella di marcia
marcia, almanacco di sbircio.
12.
con l’eroe alla foschia non ho timone
né moratoria al calice del torto
sotto il blindato di corsari
per le parsimonie del regno.
addì le statue possono correre
verso le stanze delle donne sole
arguite dal comignolo del vento.
13.
ho precisato che mi appoggio al giogo
della goliardia della fontana nera
alla tana della nenia del ripetente
temprato dalla zattera che ingorga
gare di zuffe con le onde. a piedi
sulla misura della cima male mi alleno
con la lente d’ingrandimento e la parrucca
contro le cose che non sono aperte
né dentro il cielo né sotto la somma
dell’angelo assunto nell’ingranaggio
dello zerbino ai piedi. qui m’impiego
nel ripostiglio nano, tizzone di nemico.
14.
il turno della ronda è il mio ritorno
al bando, al dolo nero di rompere
clessidra, da questa strada che domina
verdetti di mitra tra le bave delle lumache
chete, pietosissime di scie. il cielo vedovo
manca la manna e la sirena è piena
di lutto al boato, l’olio devoto del vulcano
in fiore.
15.
che faccia il verso al tuono
l’arsenale del sangue
questo stipendio astuto quanto cieco
miscuglio di carabattole con sorpresa,
non si sfianchi il colore della sorte
l’alba macchiata da chiodi di dispense
a corto di scialuppe di salvataggio.
ìmpari greto dover risalire
il sale che travasa da se stesso
paramenti di lucciole morenti.
16.
salute di comete poter la morte
luce del tempo finalmente libera
da spessori di mutamenti. il rombo
della lotta da corsie di fame.
tu ne arrendi un comignolo
di fuga, lo otturi con ghirlande
di spine, piaghe di cosce che
non saranno madri né rapidità
del cosmo, modo di cortesia
il limbo della botola.
17.
la teca è spoglia sotto le resine
delle dimenticanze, il tic come tale
di resistere. nel corridoio del nodo
scorsoio so il desco di scomodare
gli spettri paffuti, le muffe senza
limiti di età. la pianta grassa non
chiede proprio nulla eppure è strafelice
in una feritoia di terra di riporto.
così il rito scarnissimo del sonno
modo al dorso di piegarsi al dondolo.
18.
11.
la stanza dei giorni lesi
tabella di marcia
marcia, almanacco di sbircio.
12.
J. Baudrillard, Paris, 1996.
GRANDI SCONTI ALLA CASSA!
La scrittura di Marina Pizzi sembra essere uno dei pochi luoghi certi e forti dove le energie e i vettori che erano di Amelia Rosselli tornano a ricombinarsi, variare, metamorfosare; e non per una filiazione o ripresa o citazione, ma perché il lavoro poetico è straordinariamente complesso, e alla complessità mira – senza sconti didascalici. È poi poesia altra, differente, ha identità marcata. Ed è scrittura interamente invasa e percorsa dalle simmetrie improvvise e dai suoni (dalle sorprese e rispondenze tra suoni) di un lessico dalla tastiera estesa. Il suo è uno dei vocabolari più ricchi che la poesia recente registri.
Autrice di numerose raccolte di versi in gran parte edite da Crocetti, pubblica ora un nuovo libro, intitolato L’Acciuga della sera i fuochi della tara (Luca Pensa Editore, Lecce, 2006, pp.118, Euro 10.00).
Il profilo indefinibile, umile e cosciente, che guizza all’inizio del testo merita una citazione integrale: la poesia 2: «Sa di lasciare l’argine / l’acciuga della sera / l’ombra impropria delle cose / il fulcro dell’ombra. // Gioco l’ombra delle cose / con il pastrano in darsena di pioggia / nenia di iato perderti». Il libro è fitto di questi oggetti e figure e luoghi sfuggenti, deviazioni, margini afferrati e persi (afferrati perché persi): il «fornaio notturno smilzissimo mai affamato», «il faro ha incagliato se stesso», «le rime di cipressi»…
I nuclei del libro sono poi chiari: il dolore, la memoria che a stento (si) salva, la parola che sonda o elude e smarrisce aree di esperienza, l’aggressione del reale, l’ingiustizia, l’offesa. Ed è precisamente un’idea di perdita costante e nominante, quella che ossessiona e invade la raccolta. Una perdita che è continuamente risalita (ma non risolta, recuperata) da raffiche di presenze, in nomi e accostamenti azzardati, duri, in una fedeltà inedita a un surrealismo che non sa che farsene del sogno, e tormenta la realtà più aspra, aggredendone le aggressioni: opponendosi a quel che pesa, che è orrendamente reale. Con formule memorabili.
Alcuni incipit sono lapidari: «Nel pugno la licenza di far luce», «Ha un sudario che sembra un coriandolo», «Il vento stantio, quasi vieto», «Appunti di etimologia della neve», «I ricchi hanno sempre le finestre». Sono avvii che nella loro inusualità dunque cospirano, come del resto tutti i versi del libro, perfino a un tono politico, che però non è frontale; ha misura, non retorica, non vuole eloquenza: «Le buste civettuole dei borghesi / le buste minatorie del lavoro / conficcano sterminio».
Lo spettro di azione della poesia di Marina Pizzi non è interamente storico, determinato. Ha piuttosto un suo solido materialismo – più ampio del tratto di cronaca in cui si deve giocoforza operare. E in definitiva raggiunge e denuncia senza illusioni l’inammissibilità del reale, facendo fuoco sui nomi che lo costituiscono. Non è una poesia di aggettivi, infatti; lo stile è fitto semmai di sostantivi, e di infiniti sostantivati: ad essere inaccettabili e perciò espressi sono i nomi-cose, dunque la realtà, non gli attributi, le addizioni, l’«et… et..» della sequenza di qualità che accatastiamo nel tempo.
E tuttavia i lacerti e frammenti che vengono da questa prassi di scrittura non fanno coesione nel senso di ’struttura’ (sarebbe altra cella, ingiustizia), anzi smentiscono l’atto del costruire, lasciando semmai al lettore l’onestà del libro esploso e speso e disseminato in allegorie, immagini inattese, eco fra verbi, fino a un numero semplice: le 100 poesie brevi che senza risparmio scompaginano la figura dittatoriale del mondo, sorridendone, capovolgendone la sterilità, perché «nulla fu tetro quanto / non darsi».
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[ è qui riproposta, con altro titolo e alcune varianti, la recensione al libro di M.P. (L'Acciuga della sera i fuochi della tara), uscita su «il manifesto» n.281 del 1 dic. 2006, p. 15 ]
appello ti sarà la luna dentro
consolante l’ardore dell’eclisse
senza più voglia di commettere
lo strascico ancora non si ammutìna.
al vaglio non ci sta la fossa piena
né l’idolo del natale senza occaso.
la conca del viottolo trovi paradiso
sotto le ghiande delle querce.
*
in un fantasma di camomilla
acciuffi il disprezzo della moda
la cattura al connubio della bio-
diversità. ma non basta per
startene in libertà che anzi
gli zigomi si cementano di più.
la prigionia ti squarta con la
ilarità del capitale nei gomiti
di titoli confitti a colle di Borse.
*
il sangue sulla foce
la terra scossa
da giganti all’embrione
senza nascita né morte.
le primizie della fine
qualora sul verso della busta
si possa scrivere al re.
*
pargoletto di fango
goletta di rantolo senza mare aperto
il brio afono della preghiera
addì di venerdì vi fu vigilia
- atto poi di soqquadro -
di una valigia tutta a girotondo
esito-rovo con la sabbia al petto.
*
non giunto né al suolo né all’aria
il crisantemo del boia.
la specola della fronte
non basta da vedetta
contro tutti i proiettili.
da ieri le dune delle maternità
riposano sapienti, sanno il tempo
di boa, l’arsa scarsella segnata
dall’arringa dell’accusa senza brace.
*
oh rullio di siepe oh nera opera
il canestro del vuoto dàllo al frutto
di musiche verbali bacche.
trovato un eremo del suolo
quasi una manciata d’asma
ancora e ancora il malandrino
in culla. con la facciata di riso
per dovere di denaro.
infernetto in cialda il collare
degli esuli sull’esule.
*
nessuna pace né in eremo né in sconfitta
dacché la piaga del grillo da proteggere
chiede e manda un abbraccio di stoltizia
verso il percorso somigliante e simile
dissimile davvero per ognuno.
in mano alle mille miglia di sognarti
so la paga di un gravame mùtilo
per adesso senza terra da interrare.
*
straccio massimo l’addio
nel mosto che ebolle senza ebbrezza
l’ascensore della solitudine che ascende
al dirimpetto sordo, al piano monco,
al comico per gli altri ancora senza
badanti, spenti per vivere.
vasto dazio vasto questa prepotenza
del dado tratto del veto contro il collo
atto al collare senza passeggiata.
*
albore di presunzione starti accanto
vieta di me che sono preda
di dado tratto, sconfinamento senza libertà.
sorriso di prigionia il verso
la giostrina di viltà con l’attraverso
del nonostante tutto.
il frullo della tenda dell’arcipece
quando il lavorio delle comete
pur comunque il rantolo menziona.
*
il costo della sabbia in riva al mare
trofeo d’ultimo, briciola scoscesa
*
con la gola consunta la summa ad anello
questo steccato d’ascia
scarlatto sul mattino di meriggio
ridda di veto dacia senza cibo.
marina la merenda in riva alla scadenza
all’arma del comignolo che attracca
cammino del piede di cemento.
minore di me non è possibile
se non in morte di cane gemello
alle fortune che tutte lo sfanno
smilzo, zona di mattanza, tetto
che sfonda con la paglia:
non utili i falò fatti forse per pietà.
*****
No longer willing to commit
the aftermath isn’t mutinying yet.
Examined the pit doesn’t comply,
neither does the westless birth’s idol.
May the path’s hollow find a paradise
under the acorns of the oaks.
*
Inside a chamomile phantom
may the contempt for vogue nail
the capture to the marriage of
biodiversity. But it’s not enough
for you to enjoy your freedom,
as cheekbones cement even tighter.
Captivity quarters you by the
hilarity of the capital in the elbows
of bonds sunken into a hill of Markets.
*
The blood on the outfall
the earth shaken
by giants to the embryo
without birth nor death.
The firstling of the end
if on the envelope’s back
one can wrote to the king.
*
Toddler of mud
schooner of rale to open sea
the aphonic verve of prayer
on a Friday did the eve fall
—then act of shambles—
of a ring-a-ring-a-roses case
sand-breasted bramble-outcome.
*
Unarrived at ground or air
the hangman’s chrysanthemum.
The observatory of the brow
is not enough as a lookout
against all the bullets.
As of yesterday the motherly dunes
wisely repose, know the time
of buoy, the burnt pouch marked
by the pleading without embers.
*
O rolling of hedge o black work
give the basket of void to the fruit
of musical verbal berries.
Found a hermitage of ground
nearly a handful of asthma
again and again the rascal
in the cradle. With smiling front
for duty of money.
Little wafer hell the collar
of exiles on the exile.
*
No peace in hermitage nor in defeat
since the cricket’s sore to be protected
demands and sends a hug of stupidity
toward the route like and similar
dissimilar indeed for everybody.
In the hand of the thousand miles to dream
of you I know the pay of a mutilated burden
for now without earth to bury.
*
Greatest rag the farewell
in the must boiling without ebriety
the solitude elevator ascending
to the deaf opposite, to the maimed floor,
to the comedian still without carers
for the others, lifeless because of living.
Vast toll vast this overbearingness
of the shot die of the veto against the neck
apt to the walkless collar.
*
Dawning of presumption to be near you
forbids of me that I am prey
to the shot die, freedomless overlap.
Smile of captivity the line of verse
the little merry-go-round of vileness
by the ‘through’ of the ‘in spite of all’.
The flutter of the tent of the archpitch
when the hustle and bustle of comets
anyway mentions the rale.
*
The cost of sand on the seashore
trophy of last, steep crumb.
*
Worn-throated the ringed summa
this fence of axe
scarlet to the morning by noonday
jumble of veto dacha without food.
Seascape the snack by the deadline
to the weapon of the docking chimneypot
the path of the cement foot.
Lesser than me is not possible
unless by the death of a twin dog
to the fortunes all undoing him
skinny, slaughter zone, roof
that is broken down with straw:
useless the bonfires maybe made for mercy.
traduzione inglese di Alessio Zanelli
davanzali di pietà
dove si arringa
l’epifania del vuoto
10.
sono andata all’altro mondo con le sibille del coma
il collo contro il vento del dispiacere
con le rovine del pianto per bracciale
lentamente compresse le pazienze
di starmi a guardare. mio il dazio di dover sopportare
le fusioni del tempo con le protervie del vuoto.
11.
in perla me ne andai sul far del ferro
con un dolore scarlatto tutto unto
di resine vermiglie contro l’abaco
corsaro del lanternino vincente del tempo.
pur se fossero botaniche le vene
sul ladrocinio del lutto comunque l’urlo
murante le blasfemie del condannato.
nel giardino la magia della gemma
di gennaio, l’io fruttato in un addobbo
di vizio. a ponente la frottola del credo.
12.
Esecuzioni, 2008
1.
indagine di pianura bravura di soccorso
scantinato che accelera la fionda
per scompigliare aureole e rimorsi
verso lo steccato delle primule
nei soqquadri il parvente in forza d'anima.
2.
sotto un baccano di burrone ho visto l'astio
il crudo girovagare delle ombre
l'appello sempre nudo di svegliarsi
sotto cifre di nullità a far balocco il coma
3.
la radice del nulla è stare in bilico
tra la foto e la cenere
nell’arrivo del vento che sa colpire
ambedue le bettole del ricordo.
4.
il lutto stregonesco della siepe
quando si aggiunge sguardo allo sguardo
e tutto appare ernia senza fegato
nella collana di lutti i tic frenetici
a forse di una donna. il sole ardito
d’amido focale come a dare bella
la rendita d’acqua. ma non basta
la stanza con forza d’evocare
voce ai cancelli sillabe alla disdetta.
5.
Declini, 2007-2008
1.
zuppe e declini all'angolo dell'ultima strada
quando le conventicole dell'ombra
a tutta manna brevettano la cenere
lieto il morire finalmente!
2.
attori di soppiatto quasi una statua
così a far di remo per capire
indagini ecumeniche ed indizi
3.
appunti di sorpassi da questo indietro
da questo corriere dei piccoli permanenti
vedere il mondo da indici di fagotti
comunque la perdita senza la fronte querula
starsene d'angolo in gola alla forca
4.
un agguato e l'eremo è morente
un furto e la casa si balbetta
uno strattone e la foggia si straccia
un punto in più o meno e l'abaco si spacca
una preghiera e la cometa ne risente alla baldanza
un asilo e l'esilio dà viottoli di baci:
le conseguenze del minimo maggiore
5.
la noia è la crosta del visibile
il grembiulino afono del gregge
apposta si va ai rituali al teatrino delle marionette
per perdere un po' di noia
per scardinare le pozze del sangue
per farne aureole vivaci
6.
una gerenza d'ascia questo boccone salso
in crudo dorso rispettare il vento
venuto su un livello di vendetta
7.
un lamento di assolo in tutta la ronda
un lamento assoluto senza inizio né fine
è questo petto in forse ormai da sempre
in era di ecatombe, in breve velo
la pendula vela del morente
quando anche l'alunno muore
e ben presto il maestro è solo
un chicco e la risaia è immensa
8.
coprimi con l'era in forse
con le stampelle vuote
e dimmi un atrio grande come una scossa
dentro la darsena l'ingombro della rotta
questa temibile pena in foggia da ecatombe
eco del lutto torto di fandonia
nella faccenda il rogo della malia
9.
un salottino di primi maghi quando si giocava
e il vandalo elevato alla potenza era ben lontano
e lo sfasciacarrozze del sangue era ben lontano
in un manipolo di cespugli si giocava
alla costanza del trenino all’acqua magica,
con la penuria del dopo l’avvento di costringere
frasette di commiato la stasi darsena
seguita dall’attesa in frode d’ascia.
10.
e poi svolò l'aureola nel pozzo
quale pianto di nenia a far di fato
questo percosso schema della casa
inutile a capirsi. il lesionante stipite del boia
l’autunno nodo che ti prende il fiato.
11.
distino da me il soqquadro e la radura
questa temperie di docilità arresa
appena ad imbucare il fato esatto
chissà qualora un'entità felice
io sia recessa panica violetta!
12.
avrò vent'anni ma il calice è nero
nerissimo l'urlo della specie sottratta
nella faccenduola gravida del pianto
dove la vena inchioda un sangue nero
bravura del commiato mare di scontro
da sotto il mento un sì che non ha valore
ma sisma di cometa l’erba panica
ridotta ad un cimelio di facciata
13.
quel che resta delle parole è un imbrunire di sponda
una spada di fionda come ad intristire
senza dire ché rimanenze di senso
da abluzioni di scritture ed oralità
oggi un chicco di cresima alla crisi del cristallo
14.
nel lutto del malessere perpetuo
la ciotola riposta sotto le gambe del tavolo
quale pagliaccio illustrerà il morire?
15.
in una pozzanghera di cenere
l'inguine del futuro
questo amanuense stadio di cicale
credule perle di cespugli vuoti
16.
qui sul posto dove è mangiucchiato il giorno
la nullità dell'atrio e della cornucopia
17.
riduci di me il bavero in ossigeno
sequestra questa tanica di fuoco
dal fiumiciattolo del lutto ritornante
fammi viandante di un estro veramente!
18.
si appagò la grotta in un declino
(poi venne altro quale una donazione)
in un pavimento di smanie il primo amore
irruppe di sé le tavolozze della pittura libera
per declinarsi in tutte le sfumature
concesse all'alba degli amanti.
19.
quale un'aureola in tana di faccenda
si distanziò la vita.
da allora in poi un'etica di sfratto
consumò l'ardire in un veleno in atto.
20.
il commiato che ascrivere eredità e vendemmia
certo non patirà dacché la gioia
di certo la cometa del sorriso
apporrà ad un pomello della porta
lettere buone e conoscenti angeli
per pertinenze di scienziati frutti.
21.
102.
le nullità del sacro eppure in punta di piedi
si entra per partecipare alla vittoria
del marecielo. eppure non basta
questa bisaccia d'eremi minori
al maggiore dondolio del vero.
resta il pianto, il pianto resta
stazione di bivacco coma letargico
in giro con la luna dentro il pozzo.
103.