Raccolta di poesia in attesa di un'edizione presso un editore di carta (2004-2005)

Eccomi

Blogger: marinapizzi
Nome: Marina Pizzi
Le mie raccolte di poesia inedite in carta trasformate in blog[s] sono: Brindisi e cipressi - Sconforti di consorte - Sorprese del pane nero - ***** °°°°° ***** °°°°° ***** ***** °°°°° ***** °°°°° ***** Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55. Ha pubblicato i libri di versi: "Il giornale dell'esule" (Crocetti 1986), "Gli angioli patrioti" (ivi 1988), "Acquerugiole" (ivi 1990), "Darsene il respiro" (Fondazione Corrente 1993), "La devozione di stare" (Anterem 1994), "Le arsure" (LietoColle 2004), "L'acciuga della sera i fuochi della tara" (Luca Pensa 2006); ***** [raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web: "La passione della fine", "Intimità delle lontananze", "Dissesti per il tramonto", "Una camera di conforto", "Sconforti di consorte", "Brindisi e cipressi", "Sorprese del pane nero", "L’acciuga della sera i fuochi della tara", "La giostra della lingua il suolo d'algebra", "Staffetta irenica", "Il solicello del basto", "Sotto le ghiande delle querce", "Pecca di espianto", "Arsenici", "Rughe d'inserviente", "Un gerundio di venia", "Ricette del sottopiatto", "Dallo stesso altrove", "Miserere asfalto (afasie dell'attitudine)", "Declini", "Esecuzioni", "Davanzali di pietà; il poemetto "L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba"]; ***** le plaquettes "L'impresario reo" (Tam Tam 1985) e "Un cartone per la notte" (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); "Le giostre del delta" (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto due premi di poesia. ***** [Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Asmar Moosavinia, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Canali, Gian Paolo Guerini, Valter Binaghi, Giuliano Gramigna, Antonio Spagnuolo, Emilio Piccolo, Paolo Aita, Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Francesco Marotta, Nicola Crocetti, Giovanni Monasteri, Fabrizio Centofanti, Franz Krauspenhaar, Danilo Romei, Nevio Gàmbula, Gabriella Musetti, Manuela Palchetti, Gianmario Lucini, Giovanni Nuscis, Luigi Pingitore, Giacomo Cerrai, Elio Grasso, Luciano Pagano, Stefano Donno, Angelo Petrelli, Ivano Malcotti, Raffaele Piazza, Francesco Sasso, Mirella Floris, Paolo Fichera, Thomas Maria Croce, Giancarlo Baroni, Dino Azzalin, Francesco Carbognin, Alessio Zanelli, Simone Giorgino, Claudio Di Scalzo, Maria Di Lorenzo]. ***** Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno. Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista "Poesia". E' tra i redattori del blog collettivo "La poesia e lo spirito". ***** Sue poesie sono state tradotte in persiano e in inglese.

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venerdì, 16 maggio 2008
da "Davanzali di pietà"

Appena avrò saccheggiato la stazione

finalmente un atomo di sfinge


mi bloccherà le vene,

tornami, ti prego, cercarmi in testa

nelle darsene delle isole sterrate

nelle capriole dei ricci che si salvano.

punta la nuca in un abaco di comico

sì che possa ridere la cattura

il senso al servo delle demolizioni.

Postato da: marinapizzi a 07:46 | link | commenti
davanzali di pietà

lunedì, 12 maggio 2008
da "Davanzali di pietà"

ha un miglio di scarpe per non camminare

né sopra stoppie né sopra musive

vestali di scorribande ricche di babilonie

erettili le lingue del divino

sperpero.

qui al Campidoglio dell’ultima fregata

c’è una grata di ruggine un bastione

per le foga del lutto cittadino.

Postato da: marinapizzi a 15:14 | link | commenti
davanzali di pietà

David Huck

David Huck

Postato da: marinapizzi a 09:42 | link | commenti

venerdì, 02 maggio 2008
Asmar Moosavinia

Colloquio con Marina Pizzi

di Asmar Moosavinia


 

 

Secondo lei cos'è la poesia e perché lei scrive poesie? Quali sono le principali e struttuali caratteristiche dei suoi versi?  


 

Scrivo poesia perché mi aiuta a sopravvivere alla fatica della vita, fatica sempre più pressante e senza scopo. La mancanza assoluta di speranza rende il quotidiano pressoché intollerabile, da qui la necessità di scrivere in versi questa amputazione. E’ un manifestarsi a se stessi, quasi una rivelazione d’identità nonostante la cancellazione operata dal tempo.


Il frammento poetico si presta molto bene ad operare questa descrizione senza trama, questo grumo di pozzo, questa penombra di pece. Spesso i versi si rivelano metricamente esatti quasi già preconfezionati dalla mente. Ogni frammento può venir letto quale microstoria contenente sempre il concetto del tempo e della morte. Non si tratta di ripetizione ma di sintesi sempre diversa, uguale nel medesimo. Da qui la necessità di calmare un diverbio mortale tra l’elemosina dell’essere e la totalità del nulla. E la poesia può dare asilo, sì alla preghiera che non si sa pronunciare né imparare: il verso si fa preghiera, succo di aridità-acqua concreta per non morire di sete. Il poeta è per tutta la vita uno scolaro con occhi non mai assuefatti, una verginità rinascente il globo dell’accadere. In sé racchiude la nonima del mondo, il dispendio filosofico di cantare senza diorama il mondo che non si dà giammai verso nessuna comprensione. Ma il verso si versa e quindi si canta nell’impersonale che è di tutti. Non si tratta di salvezza ma solo di resistenza al dolo del sangue che ancora e sempre si versa in zolle di sparizioni.


 

 

Lei crede solo nell'ispirazione poetica o appoggia anche all'esperienza, abilità e scienza e crede che la poesia sia il frutto di durevoli riflessioni e ricerche? 


 

Come Novalis credo che il pensatore non vada disgiunto dal poeta. L’intuizione nei miei versi soppianta la vetero ispirazione alla quale non ho mai creduto né avvertita. I versi possono attingere e giungere dovunque e in qualunque momento. Ammiro molto l’unione dei saperi scientifico-letterari. L’esperienza dell’umano non andrebbe mai divisa in compartimenti stagni di allontanamenti l’uno dall’altro. Anche la notiziola di un pezzullo di giornale può far nascere buoni versi. I versi sono pensiero, certo nei modi rivoluzionari della poesia, nell’infinito dire e ridire in modo diverso il mondo e la propria singola e unica vita di persona. Si deve scrivere, di converso, solo dell’esperienza vitale e vitalistica insita ed attigua alla vita di ciascuno, ma l’atto di rigore deve essere inappellabile, il sottrarre più forte dell’aggiungere, la sapienza nuda e cruda quale un atto di amore. E, poi, l’umiltà costante della lettura deve accompagnare la composizione, il vergar creativo e agonale fra sé e il mondo da interpretare. Sono per la contaminazione reciproca dei linguaggi, per i collages linguistici, per il compenetrasi delle epoche linguistiche ed artistiche. Anche la dittatura brutale della pubblicità può dar adito ad un nuovo verso. In aggiunta è in assoluto indispensabile non perdere mai la pietà vera e unica verso se stessi e il mondo tutto, per la fragilità orgogliosa e superba che ci distingue dalla tenerezza di una bestiola cara e indifesa. L’esercizio quotidiano completa questo abbozzo di quadro.


 

 

Questa contaminazione reciproca dei linguaggi ed i collages linguistici a cui lei accenna, fa ricordare l'esperienza della traduzione che si compie allo scopo di raggiungere l'unica lingua prima di Babele e fa ricordare anche la pura lingua nel pensiero di Walter Benjamin che è possible con l'aiuto della traduzione ed anche il concetto metaforico della lingua Esperanto a cui lei riferisce molto nei suoi versi. Lei come Baudelaire e Paz crede che il poeta sia un interprete ed un traduttore che, scrivendo versi, traduce il mondo?


 

La traduzione è la Fenice del mondo alla rovina che rovina nascendo il mondo. Con questo intendo la incomunicabilità congenita delle/nelle cose del mondo. Un proverbio italiano o solo romanesco, non so, recita “meglio essere cornuti che male interpretati”: con ciò per significare la lontananza da se medesima dell’intera umanità e del familiare. Ma la traduzione diretta ed indiretta è indispensabile. Nascemmo da un attrito, moriremo esuli in patria o in lontananza. Questa la lacerazione di ogni essere, in più il poeta aggiunge di suo l’estrema scaturigine del comunque perso. Ogni misura d’arte è in grado di tradurre il mondo, ma la morte che ci arrechiamo l’uno l’altro è, ancora, la più forte. Quale balsamo imiterà il Divino? L’arsione del fuoco? Solo il divario dalla vera bontà reca danno all’iride dell’occhio, di qualsiasi occhio. Ben venga comunque e sempre il MITO della traduzione, della traduzione artistica, del doppio dopo il poeta. Lo specchio recerà più oltre l’ombra e la brace continuerà la furia buona della penombra oltre. Quale cornucopia dal limite all’infinito la lingua, qualsiasi lingua verso le lingue. La traduzione è, comunque, un atto di pietà, di magnifica pietà verso l’umano. Mano d’altro per l’altro.


 

Ed il lettore della poesia deve anche godere di abilità e potenza nel comprendere i versi ? Il ruolo del lettore fino a che punto è determinante nella poesia?  


 

La lettura di una poesia è sempre una lettura di vita: quale un androne abitato dai primi abitanti andati. Le ombre si disfano in un sillabario di bravure avulse, comunque, al vacuo encomio. E’ come una fretta in grado di risolversi felicemente: il fiatone e il cuore in gola prendono il dono dell’arrivo del boomerang che ritorna. Le competenze si acquisiscono con l’umiltà della pala, dello scavo fraterno: il piano è inclinato ed incline al massimo voltaggio. Ogni lettore è linfa alla vitalità della parola, e la lettura rimane gioiello nel petto, petto di gioiello. Avvincente quale il migliore dei gialli, la poesia fa da sposa dell’ultimo della classe mite e senza voto, presenza-assenza di un collezionista di classe non mai necrofilo. A pelo d’acqua o negli abissi marini la rissa amorosa con la mitezza esplosiva alle volte di una e solo una paroletta: da qui a lì da là a qua e qui dove sono io e noi siamo. Argonauta del segno al senso o controsenso o nonsenso o comunque la qualità di un ago che trapassi senza mai pungere per cavarne sangue da offendere. Il lettore di poesia quale grande campione di sé senza trofeo.


 

 

Lei in una sua precedente intervista aveva accennato che la poesia è una condanna, vuoto assoluto e un arcipelago di santità e di diavoleri . Visto che l'orma di tale vuoto e contraddizione è chiaramente evidente nella sua poesia, specialmente nell'esperienza del linguaggio e queste caratteristiche son messe ad aumentare in suoi recenti versi; lei come spiega questa sua propria esperienza del linguaggio che è in direzione di tali caratteristiche?    


 

Spesso si fa una cosa per sopportarne un’altra ben più insopportabile. Così mi appare l’antro misterico della parola elevata al grado di potenza del poeta. E’ un atto doloroso e necessario insito nel fulmineo e lento comprendere che si è presi, si è prigionieri, si è condannati: può allora, alle volte, avvenire un minimo di remissione della pena tramite la recitazione sul palcoscenico teatrale da parte di una voce altra che scaturisce, comunque altra anche se dello stesso poeta leggente. Ma il vuoto non si dà colmo alle spallate foniche, la burrasca della sopravvivenza specchia un altrove davvero scontento da qui a lì a là per farne un laggiù con l’eco del verso ben forgiato. Amanuense artigiano il poeta che dal perdere rigeneri continua la risacca, l’evaporazione del lutto dall’elaborazione dello stesso. Dedica perpetua sempre variabile e variante questa condanna a dimostrazione di un’intera vita, senza tregua, senza requie in ogni momento del giorno e della notte. Splendida condanna del medesimo ripetente, dell’alunno che umile, appena coricato, debba rialzalsi dal letto per trascrivere un verso improvviso così da non mandarlo perso fidandosi della memoria. Santità del non tradimento, diavoleria della fedeltà senza costrutto o, addirittura, al ludibrio di altri più consoni viventi. E, poi, l’anemia o il troppo sangue del sentirsi senza pelle, rotta la difesa e con la ferita aperta. La bella e buona lente non scoprirà nulla, solo parolette di pane confidenti l’intuizione, l’epifanico corsaro del trovarobe. A questo lucro di resine il sì dell’ultimo lichene in crepa di non poter il giardino delle meraviglie, ma solo la forza di vergare davanti e dietro la lavagna nera figlia-frutto di vulcano.


 

 

L'uso delle metafore e delle allegorie è una cosa ricorrente nei suoi versi, ma la più grande metafora della sua poesia è il silenzio interiore della poesia e che si riflette molto nel linguaggio e nella  forma. Le pause,  gli spazi di tempo e le ripetizioni fanno aumentare questo silenzio come se il linguaggio si  conducesse verso il non essere e l'assenza ; lei come spiega tale fatto?   


 

La mia grande aspirazione fu ed è non essere nata. La nascita dà la morte e nessuno e nulla può negarlo. Certo in mezzo l’ovvietà degli ottimisti mette il vivere: per me è solo un attendere l’esito finale che colloco nella cenere senza speranza alcuna. Il silenzio, quindi, occupa uno spazio dèmone e cristallino che nessuna parola è atta a partecipare. La poesia, dopo i campi di sterminio nazisti e di altri fradicidi, funge da Cenerentola senza l’attesa dell’epifania della zucca. E’ sterminio di sé essa stessa. Eppure è propriamente consona a dare una sopravvivenza di limbo, una botola di mantice respiro. Si sa, la vita uccide e si uccide per poter sopravvivere, nonostante. I poeti sono spesso gli ultimi della classe ché profeti del nulla e sedotti-seduttivi, antesignani di una bandiera fantasma sull’orlo della foce o del lusso del delta. Al punto di oggi gimcane e labirinti sono ridotti all’osso già prima di iniziare il tragicomico gioco dell’umano. Eppure una spinta ci sorpassa e ci dà pietà nel dirci: corri, partecipa, datti nel crocicchio di ogni attimo! Nessuna salvezza, beninteso, ma un lemure occaso di carezza.


 

 

 

 

 

 

La malattia nelle opere di molti poeti, scrittori ed artisti prende un concetto metaforico. Cos'è la missione filosofica delle malattie e che rapporto c'è tra la malattia e la creazione artistica? 


 

Un rapporto di amorosa accettazione reciproca. Un gemellaggio titolare dell’opera, senza usurparne l’oriunda genesi di pianto e ilarità insieme. Spesso il mezzo artistico sfata e spezza la circolarità e la tirannide della malattia riuscendo al evaporare ed ad installarsi nella parola, nel colore, nell’immagine cinematografica, nel frutto d’arte presso qualsiasi mezzo. Il lenimento artistico dalla malattia realizza un delta che oltre si ramifica. A mano a mano si stempera il trampolo nel clown per addivenire ad una pozza di ben altri riflessi ricca. E’ la potenza del niente che dal niente si fa altro da sé, punta adamantina di un breviario da leggere, inedito. E’ così che l’utilità si realizza dall’inutilità del soffrire e dà del peso al pensare: la giostra della gioia del riuscire a cavarsela con una sequela di qualcosa atto ad un nuovo verosimile, l’originale. Ma il vagito del neo ha comunque una cambusa da saccheggiare, un ditirambo da baciare al sollievo di ricredersi verso il deserto iniziale che a sé ha aggiunta l’opera appena elaborata. Certo ciò spesso non sembra e il cestino è in agguato, ma il tempo della scuola di sé sa discernere il riuscito dall’acerbo, il boccone della leccornia dalla botola.


 

 

Che differenza c'è tra i poeti che scelgono la solitudine ed i poeti salottieri? Perché tanti grandi poeti e scrittori restano sconosciuti nel loro tempo ed affrontano il silenzio della società letteraria?


 

L’Italia non ha mai amato i propri poeti, almeno in vita e salvo rare eccezioni. Occorre sapersi “vendere” ad un mercato che pretende prepotenze e ingiunge presenza assidua e opportunistica. La solitudine dello scrivere versi è senza remissioni anche attraverso rare o nulle letture pubbliche. In breve, il poeta deve rendersi imprenditore di se stesso, instaurare relazioni private e pubbliche atte a far intervenire buone ed oculate pubblicazioni per un mercato, comunque, di nicchia. Chi si chiama fuori è perduto. La violenza verso il sé è preponderante per ottenere un minimo o massimo riscontro di eco e di lettori e di pubblicazioni serie e gratuite. Ma la poesia nasce dall’essere e se l’essere latita in solitudine e “cattivo” carattere… Scrivere in eccellenza non basta, la fisicità della presenza si rende indispensabile. Le due cose spesso non sono coinquiline e la dimenticanza è sempre in agguato, anzi certa. La posterità non è assicurata e poi, giunti ad un punto di non ritorno, non importa più.


 

Quali sono i suoi poeti italiani e stranieri preferiti? Lei, nei suoi vari cicli poetici, ha preso l'ispirazione da tali poeti? 


 

La poesia può spuntare da qualsiasi cosa, un’ombra, una luce, un pulviscolo. Dà forma all’informe, dà regia al tumulto. Dalla poesia la poesia, così le letture di poeti quali Celan, Dickinson, Rosselli, Insana, Auden, trattano i versi ad un sembiante di rassomiglianza, di somiglianza. Qui si dà un “formattare” continuo verso la forma verginale, originale del sopruso insano di scrivere versi, ancora dopo uno stadio di morte apparente e di estrema vitalità: la vita intera diventa un verso, si guarda attraverso il verso che si genera dalla conseguenza-consonanza dello sguardo. Una verità occidua rasente il crollo di ogni forma di difesa. Da ogni poeta l’oltre.


 

 

Quale poeta ed autore persiano conosce?

 

Forough Farrokhzad, Omar Khayyām


 

 

E per l'ultima domanda, ha ancora alcune parole non dette nel corso di questo discorso? Che messaggio ha per i suoi lettori persiani?


 

Amo rasentare il pieno silenzio della comprensione, una mistica della parola prossima all’ascesi. Tutto ciò che ho scritto è la povertà del mio intento, non posso farne a meno: questa la grande presunzione della poesia: non poter eludere di scrivere sul/del visivo all’attimo sparente: crudeltà-bontà del fiocco di una nascita che frantuma e si frantuma. Raccolgo briciole e, spero, che qualcuna sia davvero commestibile per la gioia.


 

Postato da: marinapizzi a 14:23 | link | commenti
asmar moosavinia

martedì, 29 aprile 2008

nessuno ha rotto il calice del sangue

stracolmo mondo un tavolo di morgue

Postato da: marinapizzi a 10:48 | link | commenti
davanzali di pietà

mercoledì, 23 aprile 2008
da "Davanzali di pietà"

ho visto una rondine storta

sopravvivere al vetro

citrullo trasparente

falso d’aria,

con i jeans storti ad afa

di paura giovanissima

clandestina in rima di puledro

o somarello candido

gli occhi nel dito di sangue.

Postato da: marinapizzi a 12:21 | link | commenti
davanzali di pietà

martedì, 22 aprile 2008
da "Davanzali di pietà"

allegrezze del sale il canto dell'angolo,

istinto di autunno il nome del mattino.

Postato da: marinapizzi a 07:36 | link | commenti (1)
davanzali di pietà

sabato, 19 aprile 2008
da "Davanzali di pietà"

9.

l’acrobazia del sonno quando ne gemi

stazione sotto scorta di gran massi

arenoso sospiro di non devoto

viso del culmine in un cielo basso

squarciato spesso da una daga

senza trovarvi nemmeno la decenza

di un bel complotto atto ad invenzione

almeno di un aquilone stortignaccolo.

10.

con un gerundio di sasso l’elemosina

cordicella del dito fa resistere

strenue rupi nude cerimonie

in palio l’aquilone che non lontana

né sé né le celle di bagliore.

l’appena nuda crisalide dell’occhio

un io comanda fuso nano il tempo

divieto vieto vita a tutto tondo.

11.

la stanza dei giorni lesi

tabella di marcia

marcia, almanacco di sbircio.

12.

con l’eroe alla foschia non ho timone

né moratoria al calice del torto

sotto il blindato di corsari

per le parsimonie del regno.

addì le statue possono correre

verso le stanze delle donne sole

arguite dal comignolo del vento.

13.

ho precisato che mi appoggio al giogo

della goliardia della fontana nera

alla tana della nenia del ripetente

temprato dalla zattera che ingorga

gare di zuffe con le onde. a piedi

sulla misura della cima male mi alleno

con la lente d’ingrandimento e la parrucca

contro le cose che non sono aperte

né dentro il cielo né sotto la somma

dell’angelo assunto nell’ingranaggio

dello zerbino ai piedi. qui m’impiego

nel ripostiglio nano, tizzone di nemico.

14.

il turno della ronda è il mio ritorno

al bando, al dolo nero di rompere

clessidra, da questa strada che domina

verdetti di mitra tra le bave delle lumache

chete, pietosissime di scie. il cielo vedovo

manca la manna e la sirena è piena

di lutto al boato, l’olio devoto del vulcano

in fiore.

15.

che faccia il verso al tuono

l’arsenale del sangue

questo stipendio astuto quanto cieco

miscuglio di carabattole con sorpresa,

non si sfianchi il colore della sorte

l’alba macchiata da chiodi di dispense

a corto di scialuppe di salvataggio.

ìmpari greto dover risalire

il sale che travasa da se stesso

paramenti di lucciole morenti.

16.

salute di comete poter la morte

luce del tempo finalmente libera

da spessori di mutamenti. il rombo

della lotta da corsie di fame.

tu ne arrendi un comignolo

di fuga, lo otturi con ghirlande

di spine, piaghe di cosce che

non saranno madri né rapidità

del cosmo, modo di cortesia

il limbo della botola.

17.

la teca è spoglia sotto le resine

delle dimenticanze, il tic come tale

di resistere. nel corridoio del nodo

scorsoio so il desco di scomodare

gli spettri paffuti, le muffe senza

limiti di età. la pianta grassa non

chiede proprio nulla eppure è strafelice

in una feritoia di terra di riporto.

così il rito scarnissimo del sonno

modo al dorso di piegarsi al dondolo.

18.

Postato da: marinapizzi a 19:24 | link | commenti (1)
davanzali di pietà

giovedì, 17 aprile 2008

11.

la stanza dei giorni lesi

tabella di marcia

marcia, almanacco di sbircio.


12.

Postato da: marinapizzi a 18:01 | link | commenti
davanzali di pietà

martedì, 15 aprile 2008
La vittoria di Berlusconi

J-BAUDRILLARD-PARIS-1996J. Baudrillard, Paris, 1996.

GRANDI SCONTI ALLA CASSA!

Postato da: marinapizzi a 09:59 | link | commenti (1)

giovedì, 10 aprile 2008
Il reale inammissibile di Marina Pizzi, di Marco Giovenale





La scrittura di Marina Pizzi sembra essere uno dei pochi luoghi certi e forti dove le energie e i vettori che erano di Amelia Rosselli tornano a ricombinarsi, variare, metamorfosare; e non per una filiazione o ripresa o citazione, ma perché il lavoro poetico è straordinariamente complesso, e alla complessità mira – senza sconti didascalici. È poi poesia altra, differente, ha identità marcata. Ed è scrittura interamente invasa e percorsa dalle simmetrie improvvise e dai suoni (dalle sorprese e rispondenze tra suoni) di un lessico dalla tastiera estesa. Il suo è uno dei vocabolari più ricchi che la poesia recente registri.



Autrice di numerose raccolte di versi in gran parte edite da Crocetti, pubblica ora un nuovo libro, intitolato L’Acciuga della sera i fuochi della tara (Luca Pensa Editore, Lecce, 2006, pp.118, Euro 10.00).



Il profilo indefinibile, umile e cosciente, che guizza all’inizio del testo merita una citazione integrale: la poesia 2: «Sa di lasciare l’argine / l’acciuga della sera / l’ombra impropria delle cose / il fulcro dell’ombra. // Gioco l’ombra delle cose / con il pastrano in darsena di pioggia / nenia di iato perderti». Il libro è fitto di questi oggetti e figure e luoghi sfuggenti, deviazioni, margini afferrati e persi (afferrati perché persi): il «fornaio notturno smilzissimo mai affamato», «il faro ha incagliato se stesso», «le rime di cipressi»…



I nuclei del libro sono poi chiari: il dolore, la memoria che a stento (si) salva, la parola che sonda o elude e smarrisce aree di esperienza, l’aggressione del reale, l’ingiustizia, l’offesa. Ed è precisamente un’idea di perdita costante e nominante, quella che ossessiona e invade la raccolta. Una perdita che è continuamente risalita (ma non risolta, recuperata) da raffiche di presenze, in nomi e accostamenti azzardati, duri, in una fedeltà inedita a un surrealismo che non sa che farsene del sogno, e tormenta la realtà più aspra, aggredendone le aggressioni: opponendosi a quel che pesa, che è orrendamente reale. Con formule memorabili.



Alcuni incipit sono lapidari: «Nel pugno la licenza di far luce», «Ha un sudario che sembra un coriandolo», «Il vento stantio, quasi vieto», «Appunti di etimologia della neve», «I ricchi hanno sempre le finestre». Sono avvii che nella loro inusualità dunque cospirano, come del resto tutti i versi del libro, perfino a un tono politico, che però non è frontale; ha misura, non retorica, non vuole eloquenza: «Le buste civettuole dei borghesi / le buste minatorie del lavoro / conficcano sterminio».



Lo spettro di azione della poesia di Marina Pizzi non è interamente storico, determinato. Ha piuttosto un suo solido materialismo – più ampio del tratto di cronaca in cui si deve giocoforza operare. E in definitiva raggiunge e denuncia senza illusioni l’inammissibilità del reale, facendo fuoco sui nomi che lo costituiscono. Non è una poesia di aggettivi, infatti; lo stile è fitto semmai di sostantivi, e di infiniti sostantivati: ad essere inaccettabili e perciò espressi sono i nomi-cose, dunque la realtà, non gli attributi, le addizioni, l’«et… et..» della sequenza di qualità che accatastiamo nel tempo.



E tuttavia i lacerti e frammenti che vengono da questa prassi di scrittura non fanno coesione nel senso di ’struttura’ (sarebbe altra cella, ingiustizia), anzi smentiscono l’atto del costruire, lasciando semmai al lettore l’onestà del libro esploso e speso e disseminato in allegorie, immagini inattese, eco fra verbi, fino a un numero semplice: le 100 poesie brevi che senza risparmio scompaginano la figura dittatoriale del mondo, sorridendone, capovolgendone la sterilità, perché «nulla fu tetro quanto / non darsi».















___



[ è qui riproposta, con altro titolo e alcune varianti, la recensione al libro di M.P. (L'Acciuga della sera i fuochi della tara), uscita su «il manifesto» n.281 del 1 dic. 2006, p. 15 ]

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marco giovenale

lunedì, 07 aprile 2008

appello ti sarà la luna dentro

consolante l’ardore dell’eclisse

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esecuzioni

mercoledì, 02 aprile 2008
Marina Pizzi, Sotto le ghiande delle querce/Under the Acorns of the Oakes, 2006, traduzione inglese di Alessio Zanelli





senza più voglia di commettere

lo strascico ancora non si ammutìna.

al vaglio non ci sta la fossa piena

né l’idolo del natale senza occaso.

la conca del viottolo trovi paradiso

sotto le ghiande delle querce.

*

in un fantasma di camomilla

acciuffi il disprezzo della moda

la cattura al connubio della bio-

diversità. ma non basta per

startene in libertà che anzi

gli zigomi si cementano di più.

la prigionia ti squarta con la

ilarità del capitale nei gomiti

di titoli confitti a colle di Borse.

*

il sangue sulla foce

la terra scossa

da giganti all’embrione

senza nascita né morte.

le primizie della fine

qualora sul verso della busta

si possa scrivere al re.

*

pargoletto di fango

goletta di rantolo senza mare aperto

il brio afono della preghiera

addì di venerdì vi fu vigilia

- atto poi di soqquadro -

di una valigia tutta a girotondo

esito-rovo con la sabbia al petto.

*

non giunto né al suolo né all’aria

il crisantemo del boia.

la specola della fronte

non basta da vedetta

contro tutti i proiettili.

da ieri le dune delle maternità

riposano sapienti, sanno il tempo

di boa, l’arsa scarsella segnata

dall’arringa dell’accusa senza brace.

*

oh rullio di siepe oh nera opera

il canestro del vuoto dàllo al frutto

di musiche verbali bacche.

trovato un eremo del suolo

quasi una manciata d’asma

ancora e ancora il malandrino

in culla. con la facciata di riso

per dovere di denaro.

infernetto in cialda il collare

degli esuli sull’esule.

*

nessuna pace né in eremo né in sconfitta

dacché la piaga del grillo da proteggere

chiede e manda un abbraccio di stoltizia

verso il percorso somigliante e simile

dissimile davvero per ognuno.

in mano alle mille miglia di sognarti

so la paga di un gravame mùtilo

per adesso senza terra da interrare.

*

straccio massimo l’addio

nel mosto che ebolle senza ebbrezza

l’ascensore della solitudine che ascende

al dirimpetto sordo, al piano monco,

al comico per gli altri ancora senza

badanti, spenti per vivere.

vasto dazio vasto questa prepotenza

del dado tratto del veto contro il collo

atto al collare senza passeggiata.

*

albore di presunzione starti accanto

vieta di me che sono preda

di dado tratto, sconfinamento senza libertà.

sorriso di prigionia il verso

la giostrina di viltà con l’attraverso

del nonostante tutto.

il frullo della tenda dell’arcipece

quando il lavorio delle comete

pur comunque il rantolo menziona.

*

il costo della sabbia in riva al mare

trofeo d’ultimo, briciola scoscesa

*

con la gola consunta la summa ad anello

questo steccato d’ascia

scarlatto sul mattino di meriggio

ridda di veto dacia senza cibo.

marina la merenda in riva alla scadenza

all’arma del comignolo che attracca

cammino del piede di cemento.

minore di me non è possibile

se non in morte di cane gemello

alle fortune che tutte lo sfanno

smilzo, zona di mattanza, tetto

che sfonda con la paglia:

non utili i falò fatti forse per pietà.



*****



No longer willing to commit

the aftermath isn’t mutinying yet.

Examined the pit doesn’t comply,

neither does the westless birth’s idol.

May the path’s hollow find a paradise

under the acorns of the oaks.

*

Inside a chamomile phantom

may the contempt for vogue nail

the capture to the marriage of

biodiversity. But it’s not enough

for you to enjoy your freedom,

as cheekbones cement even tighter.

Captivity quarters you by the

hilarity of the capital in the elbows

of bonds sunken into a hill of Markets.

*

The blood on the outfall

the earth shaken

by giants to the embryo

without birth nor death.

The firstling of the end

if on the envelope’s back

one can wrote to the king.

*

Toddler of mud

schooner of rale to open sea

the aphonic verve of prayer

on a Friday did the eve fall

—then act of shambles—

of a ring-a-ring-a-roses case

sand-breasted bramble-outcome.

*

Unarrived at ground or air

the hangman’s chrysanthemum.

The observatory of the brow

is not enough as a lookout

against all the bullets.

As of yesterday the motherly dunes

wisely repose, know the time

of buoy, the burnt pouch marked

by the pleading without embers.

*

O rolling of hedge o black work

give the basket of void to the fruit

of musical verbal berries.

Found a hermitage of ground

nearly a handful of asthma

again and again the rascal

in the cradle. With smiling front

for duty of money.

Little wafer hell the collar

of exiles on the exile.

*

No peace in hermitage nor in defeat

since the cricket’s sore to be protected

demands and sends a hug of stupidity

toward the route like and similar

dissimilar indeed for everybody.

In the hand of the thousand miles to dream

of you I know the pay of a mutilated burden

for now without earth to bury.

*

Greatest rag the farewell

in the must boiling without ebriety

the solitude elevator ascending

to the deaf opposite, to the maimed floor,

to the comedian still without carers

for the others, lifeless because of living.

Vast toll vast this overbearingness

of the shot die of the veto against the neck

apt to the walkless collar.

*

Dawning of presumption to be near you

forbids of me that I am prey

to the shot die, freedomless overlap.

Smile of captivity the line of verse

the little merry-go-round of vileness

by the ‘through’ of the ‘in spite of all’.

The flutter of the tent of the archpitch

when the hustle and bustle of comets

anyway mentions the rale.

*

The cost of sand on the seashore

trophy of last, steep crumb.

*

Worn-throated the ringed summa

this fence of axe

scarlet to the morning by noonday

jumble of veto dacha without food.

Seascape the snack by the deadline

to the weapon of the docking chimneypot

the path of the cement foot.

Lesser than me is not possible

unless by the death of a twin dog

to the fortunes all undoing him

skinny, slaughter zone, roof

that is broken down with straw:

useless the bonfires maybe made for mercy.



traduzione inglese di Alessio Zanelli

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sotto le ghiande delle querce

venerdì, 28 marzo 2008

davanzali di pietà

dove si arringa

l’epifania del vuoto

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esecuzioni

bandiera_tibet

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mercoledì, 26 marzo 2008

10.

sono andata all’altro mondo con le sibille del coma

il collo contro il vento del dispiacere

con le rovine del pianto per bracciale

lentamente compresse le pazienze

di starmi a guardare. mio il dazio di dover sopportare

le fusioni del tempo con le protervie del vuoto.

11.

in perla me ne andai sul far del ferro

con un dolore scarlatto tutto unto

di resine vermiglie contro l’abaco

corsaro del lanternino vincente del tempo.

pur se fossero botaniche le vene

sul ladrocinio del lutto comunque l’urlo

murante le blasfemie del condannato.

nel giardino la magia della gemma

di gennaio, l’io fruttato in un addobbo

di vizio. a ponente la frottola del credo.

12.

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esecuzioni

sabato, 15 marzo 2008
Esecuzioni, 2008-

Esecuzioni, 2008



1.

indagine di pianura bravura di soccorso

scantinato che accelera la fionda

per scompigliare aureole e rimorsi

verso lo steccato delle primule

nei soqquadri il parvente in forza d'anima.

2.

sotto un baccano di burrone ho visto l'astio

il crudo girovagare delle ombre

l'appello sempre nudo di svegliarsi

sotto cifre di nullità a far balocco il coma

3.

la radice del nulla è stare in bilico

tra la foto e la cenere

nell’arrivo del vento che sa colpire

ambedue le bettole del ricordo.

4.

il lutto stregonesco della siepe

quando si aggiunge sguardo allo sguardo

e tutto appare ernia senza fegato

nella collana di lutti i tic frenetici

a forse di una donna. il sole ardito

d’amido focale come a dare bella

la rendita d’acqua. ma non basta

la stanza con forza d’evocare

voce ai cancelli sillabe alla disdetta.

5.

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esecuzioni

sabato, 08 marzo 2008
Declini, 2007-2008

Declini, 2007-2008





1.

zuppe e declini all'angolo dell'ultima strada

quando le conventicole dell'ombra

a tutta manna brevettano la cenere

lieto il morire finalmente!

2.

attori di soppiatto quasi una statua

così a far di remo per capire

indagini ecumeniche ed indizi

3.

appunti di sorpassi da questo indietro

da questo corriere dei piccoli permanenti

vedere il mondo da indici di fagotti

comunque la perdita senza la fronte querula

starsene d'angolo in gola alla forca

4.

un agguato e l'eremo è morente

un furto e la casa si balbetta

uno strattone e la foggia si straccia

un punto in più o meno e l'abaco si spacca

una preghiera e la cometa ne risente alla baldanza

un asilo e l'esilio dà viottoli di baci:

le conseguenze del minimo maggiore

5.

la noia è la crosta del visibile

il grembiulino afono del gregge

apposta si va ai rituali al teatrino delle marionette

per perdere un po' di noia

per scardinare le pozze del sangue

per farne aureole vivaci

6.

una gerenza d'ascia questo boccone salso

in crudo dorso rispettare il vento

venuto su un livello di vendetta

7.

un lamento di assolo in tutta la ronda

un lamento assoluto senza inizio né fine

è questo petto in forse ormai da sempre

in era di ecatombe, in breve velo

la pendula vela del morente

quando anche l'alunno muore

e ben presto il maestro è solo

un chicco e la risaia è immensa

8.

coprimi con l'era in forse

con le stampelle vuote

e dimmi un atrio grande come una scossa

dentro la darsena l'ingombro della rotta

questa temibile pena in foggia da ecatombe

eco del lutto torto di fandonia

nella faccenda il rogo della malia

9.

un salottino di primi maghi quando si giocava

e il vandalo elevato alla potenza era ben lontano

e lo sfasciacarrozze del sangue era ben lontano

in un manipolo di cespugli si giocava

alla costanza del trenino all’acqua magica,

con la penuria del dopo l’avvento di costringere

frasette di commiato la stasi darsena

seguita dall’attesa in frode d’ascia.

10.

e poi svolò l'aureola nel pozzo

quale pianto di nenia a far di fato

questo percosso schema della casa

inutile a capirsi. il lesionante stipite del boia

l’autunno nodo che ti prende il fiato.

11.

distino da me il soqquadro e la radura

questa temperie di docilità arresa

appena ad imbucare il fato esatto

chissà qualora un'entità felice

io sia recessa panica violetta!

12.

avrò vent'anni ma il calice è nero

nerissimo l'urlo della specie sottratta

nella faccenduola gravida del pianto

dove la vena inchioda un sangue nero

bravura del commiato mare di scontro

da sotto il mento un sì che non ha valore

ma sisma di cometa l’erba panica

ridotta ad un cimelio di facciata

13.

quel che resta delle parole è un imbrunire di sponda

una spada di fionda come ad intristire

senza dire ché rimanenze di senso

da abluzioni di scritture ed oralità

oggi un chicco di cresima alla crisi del cristallo

14.

nel lutto del malessere perpetuo

la ciotola riposta sotto le gambe del tavolo

quale pagliaccio illustrerà il morire?

15.

in una pozzanghera di cenere

l'inguine del futuro

questo amanuense stadio di cicale

credule perle di cespugli vuoti

16.

qui sul posto dove è mangiucchiato il giorno

la nullità dell'atrio e della cornucopia

17.

riduci di me il bavero in ossigeno

sequestra questa tanica di fuoco

dal fiumiciattolo del lutto ritornante

fammi viandante di un estro veramente!

18.

si appagò la grotta in un declino

(poi venne altro quale una donazione)

in un pavimento di smanie il primo amore

irruppe di sé le tavolozze della pittura libera

per declinarsi in tutte le sfumature

concesse all'alba degli amanti.

19.

quale un'aureola in tana di faccenda

si distanziò la vita.

da allora in poi un'etica di sfratto

consumò l'ardire in un veleno in atto.

20.

il commiato che ascrivere eredità e vendemmia

certo non patirà dacché la gioia

di certo la cometa del sorriso

apporrà ad un pomello della porta

lettere buone e conoscenti angeli

per pertinenze di scienziati frutti.

21.

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declini

domenica, 02 marzo 2008

102.

le nullità del sacro eppure in punta di piedi

si entra per partecipare alla vittoria

del marecielo. eppure non basta

questa bisaccia d'eremi minori

al maggiore dondolio del vero.

resta il pianto, il pianto resta

stazione di bivacco coma letargico

in giro con la luna dentro il pozzo.


103.